La FIP nei gatti è una malatia che fa paura a molti proprietari di gatti. Negli ultimi anni però, la ricerca ha fatto passi importanti, aiutandoci a capire meglio cosa la provoca e come affrontarla. In questo articolo cerchiamo di spiegare in modo semplice che cos’è, come si trasmette e quali possibilità concrete esistono oggi per riconoscerla e curarla.
Cos’è la FIP e perché fa così paura
La FIP, o Peritonite Infettiva Felina, è una malattia virale che colpisce solo i gatti.
È causata da alcuni ceppi di coronavirus felino, un virus molto comune che nella maggior parte dei casi non provoca alcun problema di salute.
Infatti, la maggior parte dei gatti entra in contatto con un coronavirus intestinale felino (FCoV) almeno una volta nella vita.
Le stime indicano che ciò accade nel 60/90% dei soggetti che vivono in gruppo, come nelle colonie, nei rifugi o negli allevamenti.
Nella quasi totalità dei casi l’infezione non provoca sintomi oppure si manifesta solo con lievi disturbi passeggeri, come qualche starnuto o un po’ di diarrea.
Solo in una piccola percentuale di gatti, tra lo 0,3 e il 5% (secondo le ricerche), il virus può subire una mutazione interna, trasformandosi nella forma responsabile della FIP, la Peritonite Infettiva Felina.
Da quel momento, i globuli bianchi infettati dal virus lo diffondono in tutto il corpo, provocando una forte risposta infiammatoria che può coinvolgere addome, reni o cervello.
È importante sapere che la FIP non è contagiosa come un raffreddore.
La mutazione avviene nel singolo gatto e il virus mutato non si trasmette facilmente ad altri.
Chi è più a rischio e come avviene il contagio
Il coronavirus felino può trovarsi nella saliva o nelle feci dei gatti infetti, quindi può diffondersi tramite la lettiera o il contatto diretto.
Tuttavia, solo pochissimi soggetti svilupperanno la FIP.
I più vulnerabili sono:
i cuccioli con un sistema immunitario ancora immaturo
i gatti anziani
quelli già malati o con stress prolungato
i gatti positivi alla FeLV (virus della leucemia felina)
La FIP è più comune nei luoghi con molti gatti, come rifugi o grandi allevamenti, dove il coronavirus circola più facilmente.
Non si tratta però di un’epidemia: è una malattia rara, anche se seria.
I sintomi della FIP nei gatti: come riconoscerla
I gatti sono bravissimi a nascondere i sintomi fino a quando la malattia è già avanzata.
I segnali iniziali sono generici: mancanza di appetito, perdita di peso, febbre, pelo spento e apatia.
Con il tempo la malattia può evolversi in tre forme principali:
1. FIP “umida” (effusiva)
È la forma più comune. Provoca un accumulo di liquido nell’addome (ascite) o nel torace (versamento pleurico).
Il gatto può presentare la pancia gonfia, come se avesse un palloncino d’acqua nella pancia, oppure respirare con fatica a causa del liquido che comprime i polmoni.
2. FIP “secca” (non effusiva)
È più difficile da diagnosticare, perché può colpire organi diversi.
I sintomi possono includere febbre persistente, anemia, stanchezza, terza palpebra visibile, problemi oculari come uveite o opacità dell’occhio.
Spesso i segni sono più sfumati e compaiono gradualmente, rendendo la diagnosi più complessa.
3. FIP neurologica
In questa forma, l’infiammazione coinvolge il sistema nervoso centrale.
È la variante meno frequente, ma anche la più insidiosa, perché i sintomi possono sembrare lievi o intermittenti all’inizio: tremori, difficoltà nei movimenti, perdita di equilibrio, andatura incerta, inclinazione della testa o piccoli cambiamenti nel comportamento.
Con il tempo, se non trattata, può evolvere in crisi più evidenti, ma anche in questo caso la diagnosi definitiva richiede esami specifici.
Diagnosi della FIP nei gatti: perché è così complicata
Non esiste un test rapido che confermi la FIP con certezza.
I test più comuni, come ELISA, IFA o PCR, rilevano solo la presenza di anticorpi contro il coronavirus felino, ma non distinguono tra la forma innocua e quella mutata.
La diagnosi si basa quindi su un insieme di elementi: sintomi, analisi del sangue, ecografie, esami dei liquidi e, in alcuni casi, biopsie.
Serve un veterinario esperto per interpretare tutto correttamente e capire se davvero si tratta di FIP.
Tra gli esami di laboratorio più utili c’è anche l’elettroforesi delle proteine, che misura il rapporto tra albumina e globuline nel sangue.
Nei gatti affetti da FIP questo rapporto tende a scendere sotto 0,6, e nei casi più gravi anche sotto 0,5, perché il sistema immunitario produce un eccesso di globuline.
L’elettroforesi da sola non basta per confermare la malattia, ma è spesso un segnale importante quando viene considerata insieme agli altri risultati clinici.
Ricerche e nuove terapie
Per molti anni non esistevano cure: solo trattamenti di supporto per alleviare i sintomi.
I vaccini si sono rivelati inefficaci e in alcuni casi rischiosi.
Negli ultimi anni, però, la ricerca ha fatto passi avanti enormi.
Nel 2016 lo studioso Niels Pedersen dell’Università della California ha sperimentato un antivirale chiamato GC376, ottenendo i primi risultati positivi, anche se parziali.
Successivamente, la stessa équipe ha testato un’altra molecola, la GS-441524, con risultati straordinari.
Questo farmaco è in grado di bloccare la replicazione del virus nel corpo del gatto, permettendo la guarigione.
Negli studi condotti, molti gatti affetti da FIP sono guariti completamente dopo 12 settimane di trattamento, senza effetti collaterali gravi.
Cosa sappiamo oggi sulle cure della FIP nei gatti
Il GS-441524 è oggi considerato il farmaco più efficace contro la FIP.
Purtroppo non è ancora registrato ufficialmente come medicinale veterinario in Italia e quindi non è venduto legalmente.
Questa situazione ha portato alla nascita di un mercato parallelo, con farmaci prodotti in altri Paesi e venduti online a cifre spesso molto elevate.
Il trattamento con GS-441524 dura in media circa tre mesi e prevede una iniezione al giorno.
Molti gatti guariscono, ma il percorso è lungo, costoso e impegnativo sia per l’animale che per la famiglia.
Le dosi variano in base al peso e alla forma della malattia e vanno sempre seguite con attenzione veterinaria.
Nota importante sul GS-441524
Il GS-441524, considerato il principio attivo più efficace contro la FIP e con risultati incoraggianti in diversi Paesi, è legale e autorizzato in alcune nazioni extraeuropee, come parte dell’Asia e gli Stati Uniti (in contesti controllati), ma non ha ancora ottenuto l’approvazione ufficiale dall’Agenzia Europea del Farmaco (EMA) né dall’AIFA per uso veterinario in Italia.
Nel nostro Paese, quindi, non può essere venduto, prescritto o distribuito ufficialmente, e non è reperibile tramite canali veterinari o farmacie.
Questo ha favorito la diffusione di un mercato parallelo di prodotti importati o venduti online, spesso a costi elevati e con qualità non sempre verificabile.
Alcuni veterinari, conoscendo i risultati positivi del trattamento, seguono i casi in modo clinico e di supporto, ma non possono prescrivere o somministrare direttamente il farmaco.
Chi sceglie di intraprendere questa strada dovrebbe farlo sotto la guida di un veterinario esperto, valutando con attenzione la provenienza del prodotto e la sicurezza del protocollo.
Remdesivir e situazione in Italia
Nel 2025 il Ministero della Salute ha autorizzato, in deroga, l’uso del Remdesivir (nome commerciale Veklury) per il trattamento della FIP.
Si tratta di un farmaco antivirale a uso umano, già noto per il trattamento del Covid-19, che nel corpo si trasforma parzialmente in GS-441524, la molecola attiva capace di bloccare la replicazione del virus felino.
L’autorizzazione è stata accolta come una buona notizia, ma la realtà è più complessa.
Il Remdesivir non è il GS-441524 puro, è meno pratico da usare e richiede una somministrazione endovenosa o sottocutanea giornaliera, spesso in ambulatorio veterinario.
Il dosaggio consigliato è di 10 mg/kg al giorno, ma va adattato con estrema attenzione al peso, alla forma clinica e alla risposta del gatto.
Il costo è ancora molto alto: una sola fiala può superare i 600 euro, e un ciclo di terapia completo può arrivare a diverse migliaia di euro.
Per questo motivo, al momento, il Remdesivir non rappresenta una soluzione davvero accessibile per la maggior parte dei proprietari.
La Federazione Nazionale degli Ordini Veterinari (FNOVI) ha chiesto che il GS-441524 venga registrato come farmaco veterinario a tutti gli effetti.
La molecola è più sicura, più semplice da somministrare anche per via orale e, soprattutto, molto più economica.
Solo con la sua approvazione ufficiale sarà possibile rendere la cura contro la FIP realmente disponibile e alla portata di tutti.
GS orale e Molnupiravir: cosa sappiamo oggi
Negli ultimi anni, accanto ai protocolli ufficiali basati sul GS-441524 iniettabile, si è diffusa la presenza di formulazioni alternative non registrate, soprattutto acquistabili online o tramite gruppi di supporto internazionali.
Tra queste si trovano il GS in polvere o capsule orali e, più recentemente, il Molnupiravir (spesso abbreviato come Molmup).
Il GS in polvere è la stessa molecola antivirale impiegata negli studi del dottor Niels Pedersen dell’Università della California, ma in forma non farmaceutica.
Proviene da laboratori privati, in particolare asiatici, che la vendono come materia prima per ricerca.
In alcuni casi le analisi indipendenti hanno confermato la presenza effettiva di GS-441524 puro, mentre in altri la concentrazione era molto inferiore o conteneva sostanze sconosciute.
In veterinaria vengono usate formulazioni orali solo in contesti controllati, poiché l’assorbimento per via orale è variabile e il dosaggio deve essere stabilito con grande precisione.
Il Molnupiravir è invece un antivirale sviluppato per uso umano, inizialmente destinato all’influenza e poi impiegato anche contro il Covid-19.
Negli ultimi studi sperimentali ha mostrato una certa efficacia nel trattamento di gatti affetti da FIP, con somministrazione orale e dosaggi indicativi di 10–20 mg/kg due volte al giorno.
Si tratta però di un farmaco “off label”, non approvato ufficialmente per uso veterinario e i risultati sono ancora limitati a piccoli studi preliminari.
Entrambi questi composti rappresentano aree di ricerca attiva e testimoniano il grande impegno della comunità scientifica e dei proprietari nel cercare nuove strade di cura, ma non sono prodotti ufficialmente registrati o garantiti.
La speranza è che la ricerca porti presto a versioni approvate, sicure e accessibili di queste terapie.
FIP Warriors e la forza della comunità
In tutto il mondo sono nati gruppi di supporto chiamati FIP Warriors, dove i proprietari condividono esperienze, raccolgono fondi e si aiutano a vicenda nel percorso di cura.
Queste comunità sono diventate un punto di riferimento per chi si trova a combattere la malattia, ma è sempre fondamentale agire sotto la guida di un veterinario.
Il dottor Pedersen stesso, pur rispondendo a molte famiglie, ricorda che la ricerca è ancora in corso e che restano domande importanti aperte:
come prevenire le mutazioni del virus, come proteggere i cuccioli e come rendere la terapia accessibile a tutti.
Cura della FIP nei gatti: Tra speranza e realtà
Oggi la FIP non è più un mistero, ma nemmeno una malattia semplice da affrontare.
Le cure ci sono, ma restano difficili da ottenere.
Tuttavia, grazie alla ricerca e alla collaborazione tra veterinari e famiglie, ogni anno sempre più gatti riescono a guarire.
Conoscere la FIP è il primo passo per proteggerli e per credere che un giorno presto la cura sarà davvero alla portata di tutti.
Serve però che il farmaco che funziona davvero venga riconosciuto e legalizzato, come chiede anche la Federazione Nazionale degli Ordini Veterinari (FNOVI).
Solo così potremo garantire cure sicure, accessibili e trasparenti.
Ognuno di noi, nel proprio piccolo, può contribuire a far sentire questa voce.
Con amore e incanto,
Monica Whitewillow
Aggiornamento importante:
una splendida notizia per la cura della FIP
Dal 23 ottobre 2025 arriva finalmente una svolta attesa da anni:
il Ministero della Salute ha autorizzato ufficialmente l’impiego veterinario del GS-441524 per il trattamento della FIP (Peritonite Infettiva Felina).
Questo significa che i veterinari, in Italia, possono ora prescrivere il principio attivo con ricetta elettronica veterinaria (REV), e che le farmacie possono allestire preparazioni galeniche orali destinate esclusivamente ai gatti affetti da FIP.
È un passo avanti fondamentale, che potrebbe finalmente porre fine all’incertezza e al “mercato parallelo” degli ultimi anni, restituendo maggiore sicurezza, tracciabilità e serenità a chi affronta questa malattia con il proprio gatto.
L’autorizzazione del GS-441524 integra e completa la precedente circolare del 6 giugno 2025, che aveva già esteso in deroga l’uso del Remdesivir (Veklury).
Entrambi i farmaci rientrano ora in un quadro normativo chiaro, fondato sul Regolamento (UE) 2019/6 e sul D.Lgs. 218/2023, a tutela del benessere animale e della salute pubblica.
Leggi il testo ufficiale sul sito FNOVI
In sostanza cosa cambia:
Il GS-441524 potrà essere prescritto dal veterinario solo tramite Ricetta Elettronica Veterinaria (REV).
Le farmacie autorizzate potranno allestire formulazioni orali galeniche, personalizzate in base al peso e alla terapia del gatto.
La tracciabilità delle prescrizioni garantirà maggiore sicurezza e trasparenza per medici, proprietari e animali.
I costi delle preparazioni potrebbero variare da una farmacia all’altra, ma questa decisione segna comunque l’inizio di una nuova fase legale e regolamentata per la cura della FIP.

