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Invaginamento intestinale nel gatto (intussuscezione): cos’è, perché succede e perché non è genetico

Dell’invaginamento intestinale nei gatti si parla pochissimo.
Quando accade è quasi sempre un’emergenza, eppure online si trovano spiegazioni confuse: c’è chi lo attribuisce allo stress, chi a un corpo estraneo e chi, peggio ancora, lo definisce un problema genetico.

Chiariamo subito che non è genetico.
Non esiste alcuna pubblicazione scientifica che colleghi questa condizione alla genetica. L’intestino si invagina quando qualcosa lo irrita, lo infiamma o ne altera la motilità, non perché c’è un gene difettoso.

Cos’è l’invagimento intestinale nel gatto, spiegato semplice

Il termine medico è intussuscezione, e significa che un tratto di intestino scivola dentro quello successivo, un po’ come un telescopio che si chiude.
In parole più semplici: è come infilare il braccio in una manica troppo stretta, finché una parte della stoffa finisce dentro l’altra e si incastra. Quando succede, il cibo non riesce più a passare, quella zona smette di ricevere sangue e, se non si interviene in tempo, può andare incontro a necrosi. È un’urgenza veterinaria vera e propria.

Invaginamento intestinale nel gatto (intussuscezione)

Sintomi dell’invaginamento intestinale: cosa puoi notare a casa

I segni iniziali non sono sempre eclatanti. Spesso si tratta di vomito ripetuto, diarrea con muco o sangue, addome teso o dolente, disidratazione, perdita di appetito e letargia. Per questo motivo viene facilmente scambiato per una gastrite passeggera o un problema di pelo.

Nei casi più gravi, il vomito può assumere un odore molto forte, simile alle feci. In medicina si chiama vomito fecaloide. È un sintomo da non ignorare: quando il vomito odora di feci, significa che il contenuto intestinale sta risalendo verso lo stomaco e serve un intervento immediato.

Perché succede e perché non è genetico

Le cause possono essere diverse, ma tutte hanno un punto in comune: l’intestino è irritato o infiammato. Può succedere in seguito a un’enterite virale o batterica, a una parassitosi intestinale o a una malattia infiammatoria cronica come l’IBD. In alcuni casi la causa è un corpo estraneo ingerito: fili di lana, elastici per capelli, cordini, nastrini dei giochi, piccoli pezzi di plastica o spugna.

Questi oggetti, soprattutto quelli sottili e lineari, possono “tirare” l’intestino e provocare l’invaginamento. Anche una massa o un ispessimento della parete intestinale può scatenare lo stesso meccanismo. Ma non c’è nulla di ereditario in tutto questo.

Un gatto può essere più predisposto solo perché soffre di infiammazioni intestinali croniche, non perché porta con sé un gene difettoso. E questo vale per tutti, di razza o non di razza.

Invaginamento intestinale nel gatto: quando il vomito non è solo un disturbo

Anche negli umani succede (soprattutto nei bambini)

L’intussuscezione non è una malattia “dei gatti”. Esiste anche negli esseri umani, in particolare nei bambini piccoli, tra i tre mesi e i tre anni.
Il meccanismo è lo stesso: un tratto di intestino entra in quello successivo, spesso dopo una gastroenterite o un episodio infiammatorio. Si diagnostica con ecografia e, se non si risolve spontaneamente, si interviene chirurgicamente.

Questo dimostra che non è un problema legato alla razza o alla genetica: è semplicemente una condizione medica che può manifestarsi in diverse specie.

Diagnosi dell’invaginamento intestinale

L’esame più utile e preciso è l’ecografia addominale. Mostra il classico segno a “bersaglio” o “ruota di carro”, che permette di riconoscere subito l’invaginamento. Radiografie e analisi del sangue aiutano a valutare le condizioni generali, ma da sole non bastano per confermare la diagnosi.

Terapia

Nella maggior parte dei casi è necessario un intervento chirurgico. Durante l’operazione il veterinario osserva il tratto invaginato, tenta di rimetterlo al suo posto e, se la parte è danneggiata, la rimuove collegando le zone sane.
È un po’ come raddrizzare una manica incastrata: se il tessuto è ancora integro, si recupera; se è rovinato, si taglia e si ricuce.

Esiste anche una tecnica chiamata enteroplicazione, che serve a “fissare” l’intestino per prevenire recidive, ma nei gatti si usa raramente perché può dare complicazioni.

Invaginamento intestinale nel gatto (intussuscezione)

Quando correre dal veterinario

Non aspettare di vedere se passa da solo. Se il gatto vomita per più di dodici ore, se il vomito ha odore di feci, se compare sangue nelle feci o nella diarrea, o se l’addome è gonfio e dolente, serve una visita immediata.
Lo stesso vale se sospetti che abbia ingerito qualcosa – un filo, un elastico, un nastro. In questi casi ogni ora conta.

Prevenzione

Non esiste un modo per evitarlo del tutto, ma si può ridurre il rischio. Mantieni aggiornate le sverminazioni, evita che il gatto giochi con fili, elastici o sacchetti, e preferisci giochi sicuri o da usare sotto la tua supervisione. Anche i cambi di alimentazione devono essere sempre graduali: un intestino infiammato è più fragile e più soggetto a complicazioni.

Una nota importante per chi adotta un cucciolo

L’invaginamento intestinale può colpire qualsiasi gatto, anche non di razza. Non dipende dalla genetica e non è prevedibile né prevenibile dall’allevatore.
Un allevatore serio può testare i riproduttori, svezzare correttamente e consegnare cuccioli sani, ma nessuno può impedire o prevedere un evento simile. È una condizione medica, non gestionale.

L’obiettivo di questo articolo non è spaventare, ma informare: riconoscere i segnali e intervenire subito può fare davvero la differenza.

Con amore e incanto,
Monica Whitewillow